Stefano Glinianski con “Frammenti” riconosce il diritto di uno sguardo
di Ida Angela Nicotra*
C’è una domanda che attraversa ogni fotografia e che il giurista conosce bene: che cosa significa “riconoscere”? Riconoscere un volto, una persona. «Frammenti» ci invita a rispondere con le immagini, prima ancora che con le parole. Il volume, presentato alla Scuola Superiore di Catania, è un diario di viaggio fotografico che attraversa Giordania, Libano, Israele-Palestina, Kenya, Mozambico, Tunisia ed Egitto. L’autore non è un fotografo di professione: è consigliere della Corte dei conti e direttore dell’Organismo indipendente di valutazione del Ministero degli Esteri. Le immagini nascono dalle missioni svolte per misurare la qualità dell’azione della cooperazione italiana. Anche nell’ordinamento costituzionale nulla si comprende per frammenti isolati. Ogni diritto vive in relazione con gli altri, ogni principio trova significato all’interno del sistema. Eppure, la Costituzione parte proprio dal frammento: dalla persona singola, riconosciuta e garantita nei suoi diritti inviolabili, prima ancora di essere inserita nelle formazioni sociali.
L’articolo 2 non chiede di guardare la persona in astratto, ma di riconoscere l’individuo concreto e di richiedere, insieme, l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà. Anche la fotografia è fatta così. Ritaglia un frammento di spazio e un frammento di tempo, ma proprio da quei limiti spazio-temporali trae la sua forza. Il fotografo, come il giurista, decide che cosa far entrare nel campo, che cosa lasciare fuori e deve rendere conto del proprio sguardo. Il cuore del libro, a ben vedere, è un tema costituzionale: la dignità che resiste alla povertà. L’autore stesso spiega che il volume è centrato sui sorrisi di persone che hanno poco e che trovano la felicità nelle piccole cose, mostrando la straordinaria resilienza dei luoghi in cui vivono nonostante povertà e conflitti. Qui il pensiero corre all’articolo 3 e al compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza. Il sorriso di un bambino in un contesto di fragilità non è una consolazione estetica. Ci ricorda che l’uguaglianza formale è una promessa e che la sua realizzazione dipende dalle scelte effettive che rimuovono gli ostacoli all’eguaglianza.
Tra gli scatti raccolti nel volume, i più eloquenti sono quelli dei bambini. La Costituzione nell’articolo 30 afferma che mantenere, istruire e educare i figli è un dovere e un diritto dei genitori. Ma aggiunge che quando i genitori non sono in grado di adempiere, la Repubblica ha il compito di provvedere a quei compiti. È il riconoscimento che il bambino non appartiene solo alla sfera privata della famiglia. La sua crescita è un interesse della collettività e il suo destino non può dipendere unicamente dalla fortuna di essere nato in un luogo o in una condizione piuttosto che in un’altra. L’articolo 31 va oltre e affida alla Repubblica un compito attivo: proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a questo scopo. La Costituzione parla chiaro: non basta proclamare diritti, occorre predisporre le condizioni perché possano essere effettivi. Le fotografie del libro ci mostrano che cosa accade quando quelle condizioni mancano o sono fragili. Ma, proprio per questo, ci dicono anche perché quei principi non conoscono confini. Il bambino ritratto in Africa o in Medio Oriente non è cittadino italiano, eppure potrebbe essere un bambino delle nostre periferie, povere e abbandonate. Le missioni da cui nascono le immagini servivano a misurare la qualità della cooperazione italiana: la tutela dell’infanzia, in questa prospettiva, diventa criterio di valutazione dell’efficacia stessa dell’azione pubblica. Un progetto di cooperazione raggiunge il suo obiettivo se migliora la vita di quei bambini. Resta, infine, la dimensione del limite, che la fotografia rende evidente. Ritrarre un minore richiede una cura particolare: il suo interesse superiore, principio cardine della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo, vale anche per l’immagine che di lui si diffonde.
La fotografia è una testimonianza. Ma porta con sé i rischi di fare dell’altro un oggetto, di consegnare la sofferenza allo sguardo di chi osserva da lontano. Il tema della riservatezza e della tutela dell’immagine dei minori impone una grammatica del rispetto che non è meno importante dell’inquadratura. Il libro sembra scegliere una strada più ardua, quella dell’incontro. I sorrisi non sono rubati, sono incrociati. Non c’è lo sguardo predatorio di chi cerca l’emozione facile, ma l’attenzione di chi riconosce nell’altro un interlocutore. È una scelta che ha una valenza etica: la dignità della persona fotografata è il limite e, insieme, il fondamento di ogni immagine. Le foto sono state realizzate con uno smartphone e l’autore osserva che, in un tempo in cui si teme la tecnologia e l’intelligenza artificiale, la qualità resta una dote dell’operatore. Gli strumenti cambiano, i diritti e le responsabilità restano. La tecnica è neutra solo in apparenza: dipende da chi la utilizza e dal fine per cui la utilizza. Il ricavato della vendita del volume è devoluto alla Comunità di Sant’Egidio. Il principio di solidarietà, così, diviene pratica. L’opera non si limita a mostrare ma prova a restituire.
*Direttore del Master in Diritto delle Pubbliche Amministrazioni e Presidente della Scuola Superiore di Catania

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